Buongiorno,
mi chiamo Melinda Conte, ho 22 anni e da circa sei anni e mezzo vivo in Svizzera. Spero che questo mio discorso venga letto per intero e preso in considerazione, perché anche noi italiani all’estero abbiamo il diritto di farci sentire. Contribuiamo alla reputazione dell’Italia all’estero e cerchiamo di dimostrare che siamo un popolo di gente seria ed onesta. Purtroppo però questi nostri sforzi non vengono sempre ricompensati ed è per questo che voglio raccontare la mia “Odissea”.
Ho passato gli ultimi sei anni a studiare e, non senza fatica, mi sono diplomata al Collège St. Michel di Fribourg. Il mio sogno era quello di tornare a vivere in Italia (infondo è il sogno di tutti i giovani italiani qui), quindi a luglio sono andata una prima volta a Torino. Allo sportello “Studenti Stranieri” dell’università un’impiegata mi ha detto tutto quello che miserviva per potermi iscrivere e, soddisfatta delle informazioni ricevute, sono tornata a casa.
Primo ostacolo. Vado al Consolato Italiano di Losanna con un documento provvisorio che attesta però il conseguimento con successo del diploma, l’addetto consolare osserva il documento e ne contesta l’autenticità, poiché la firma del Presidente della Commissione era scannerizzata. Torno in collegio chiedendo al mio Rettore una firma a penna ed un timbro. Cortesemente mi aiuta, ma rimane stupito poiché questa Signora non conosceva il Collège St. Michel ed ha messo in dubbio la loro reputazione e la mia onestà. Sempre accompagnata da mio padre, ci rechiamo nuovamente al Consolato, dove non solo l’addetto si rifiuta di tradurre il mio diploma (“Siccome non sei più nella scuola dell’obbligo, io la traduzione non te la faccio”), ma mi cosegna un documento pieno di errori (nonostante li avessi segnalati dopo una lettura). A quel punto mi rifiuto di tornare una terza volta, quindi mio padre consegna il tutto ad un ufficio consolare di Fribourg per fare le correzioni neccessarie e mi viene riconsegnato la settimana dopo.
Secondo ostacolo. Il 12 agosto torno a Torino con i miei genitori, aspettiamo l’apertura dello sportello, insieme ad altra gente che pian piano si sta accumulando. Vedendo che alcune persone se ne stavano andando, mio padre ha cominciato a leggere tutti i fogli incollati alla vetrina ed abbiamo scoperto che erano tutti in vacanza. Perché un mese prima la ragazza dello sportello non me l’aveva detto? E perché vengono indette due settimane di vacanze proprio nel mezzo del periodo delle iscrizioni? Allora torno a casa e decido di tentare l’iscrizione via internet, ma ci sono dei problemi tecnici e non funziona. Però per fortuna che almeno ci ho provato, perché la pre-iscrizione via internet non era facoltativa (pensavo fosse una mossa intelligente per risparmiare del tempo), ma nessuno mi aveva precisato che fosse obbligatoria.
Terzo ostacolo. Il 25 agosto, per la terza volta torno a Torino, faccio un’ora e mezza di coda in un ufficio affollato e sento davanti a me almeno cinque persone che si lamentano dell’efficacia del sito internet con la ragazza dello sportello. Quando arriva il mio turno mostro tutti i documenti e spiego che il sito non funziona. La ragazza si innervosisce e comincia ad insinuare che sono io sicuramente a non capire (e quelli prima di me allora deliravano?). Dopo un po’ di nervosismi reciproci arriviamo ad un “compromesso”, mi aiuta a compilare i moduli e mi dice di tornare il giorno dopo con le firme e la prova del pagamento delle tasse universitarie.
Quarto ostacolo. Il giorno dopo vado alla Banca Sanpaolo e mi stupisco perché non posso pagare con la mia carta, accettano solo contanti o assegni. Ritiro i soldi e vado allo sportello della banca, dove mi aspetta un’impiegata che è troppo occupata a parlare con la sua vicina delle sue vacanze, non mi dice ne buongiorno, ne arrivederci,... Per favore, non parliamo di sfortuna... Dopo un’ora di coda mi ritrovo una quarta volta (mattina) allo sportello “Studenti Stranieri”, ma purtroppo per me questa volta c’è un’altra ragazza. Il mio codice fiscale è sbagliato, nonostante il giorno prima non ci fosse nessun problema, ma sono 22 anni che ce l’ho e me lo dicono solo ora? La mia traduzione non vale, nonostante il giorno prima andasse bene, sono perfettamente bilingue (italiano – francese) e parlo quasi quattro lingue (spagnolo – inglese), ma non ho l’autorità per tradurre parole come “mathématiques”, “italien”, “biologie”,... L’ambiente si surruscalda, piango dallo stress, si rifiutano d’immatricolarmi e mi spediscono in tribunale per autentificare la traduzione.
Quinto ostacolo. Ci rendiamo conto che il tempo stringe, allora prendiamo un taxi. Arriviamo in tribunale alle 12:35 e le impiegate dicono che non possono fare niente, perché loro chiudono alle 12:30 e ci dicono di tornare il giorno dopo con un traduttore. Cerchiamo di spiegare la situazione (che veniamo da lontano, tutti i problemi con lo sportello, ci serve solo un timbro) e come risposta ci dicono che sono problemi dell’università, loro non ci possono nulla. Una delle due signore firma dei fogli dicendo che lei ha una riunione con i giudici e di fare le cose da soli. Servono anche due marche da bollo da 14 euro l’una, allora chiedo se per cortesia poteva trovarmi l’indirizzo o il telefono del Consolato Svizzero (almeno loro il timbro me lo mettevano gratuitamente), ma lei si rifiuta categoricamente di aiutarci. Chiediamo di poter parlare ad un suo superiore, perché le cose non possono peggiorare così, ma anche li niente. Nella sfortuna siamo fortunati, proprio in quel momento arriva un ragazzo del Camerun, un vero traduttore, che ci aiuta in tutti i modi (è pure corso comprare le marche da bollo). Tutto sembra risolto, se non fosse per il fatto che abbiamo ritrovato l’impiegata che era scappata via prima, stava passeggiando lontano da tribunale, chiaccherando al cellulare (ecco perché la collega non voleva chiamare un superiore, non era al lavoro con i giudici). Finalmente, dopo la quinta volta (pomeriggio), ritroviamo la ragazza del giorno prima e mi annuncia che tutto è a posto, non osava più dire nulla, soprattutto dal momento che un attimo prima aveva appena detto a due ragazze moldave che per la traduzione c’era tempo un anno e che la sua collega mi aveva fatto fare una maratona.
Non si può parlare di sfortuna o di caso e non accetto più un “io non posso farci niente” o “non è colpa mia”, l’Italia per andare avanti ha bisogno di gente con un minimo d’igniziativa: se molta gente ha un problema non è colpa mia, ma io posso tentare di cambiare le cose segnalando questi fatti ai miei superiori.
Dopo aver fatto delle ricerche nell’università di Fribourg, ho potuto constatare che non è così complicato e in base a questo, ecco un paio di consigli:
- Gli impiegati che si occupano di questi servizi devono essere formati (affinché possano dare tutti lo stesso servizio, senza omettere ogni volta delle informazioni) e parlare almeno una lingua straniera;
- I documenti dovrebbero essere accettati almeno nelle cinque lingue europee principali (in Svizzera non c’è bisogno di tradurre un diploma scritto in tedesco, francese, italiano ed inglese);
- Le università dovrebbero accettare di ricevere i documenti per posta (chi viene dal Giappone prende cinque volte l’aereo?);
- Come in Svizzera, si dovrebbe poter pagare dalla propria banca: bastano il nome della banca, l’indirizzo, il numero di conto, il codice IBAN ed il SWIFT-code).
Forse chiedere una risposta a queste mie lamentele è troppo, ma mi auguro che almeno una persona abbia letto il mio discorso per intero. La mia è una piccola voce, che usa parole semplici, ma che ha tanta voglia di lottare per rendere le cose più semplici.
Distinti saluti
Melinda Conte
melindaconte@hotmail.com